Nella terra delle abbazie c’è il vero ‘centro energetico’ delle Marche, ed è un luogo dove fede e scienza si incontrano

Le Marche sono un territorio frammisto, un luogo di acque e piccoli laghi, come quello di Pilato, di terra e costa, di uomini di mare e uomini che vivono sugli altipiani o molto in alto, sulle montagne e a ridosso dei corsi d’acqua. È la regione del verdicchio, della riviera del Conero, del Grand Canyon d’Italia, le lame rosse, della città a forma di gomito, Ancona, e dei sapori inconfondibili, dal ciauscolo al brodetto, dal pecorino di fossa ai paccasassi; l’etimologia, piuttosto affascinante, deriva dal termine tedesco mark, e cioè, terra di confine, parola che, transitata dal germanico all’italiano corrente, suole indicare un territorio, o una zona di frontiera, contraddistinto da vari feudi militari chiamati “marche” per l’appunto e affidate a un marchese – la Marca Anconitana, la Marca Fermana, la Marca Picena –.
Questa regione è altresì la terra delle abbazie, luoghi inanellati nel panorama, fatti di quiete e vento, di pietra e santità, fatti per gli appassionati e un po’ per tutti; San Vittore alle Chiuse, fra il Sentino e l’Esino, Petra Pertusa alle Gole del Furlo, le abbazie e gli eremi arroccati come aquile sui Sibillini, il santuario di Macereto, San Leonardo, Santa Maria in Pantano; il romanico è il gusto predominante, alternato al paleocristiano – esempi ne sono la cripta di san Biagio e il duomo di san Ciriaco ad Ancona –, e al gotico classico e fiammeggiante. In questo articolo esploreremo un luogo insolito della regione, passeggeremo all’interno di una struttura appena appesa alla realtà e tendente verso il sogno, un’abbazia misterica e misteriosa, in cui un corso d’acqua sotterraneo e dei minerali danno vita a un particolare centro energetico.
Ci troviamo nel comune di Sassoferrato, l’antica Sentinum, lì dove, durante la terza guerra sannitica, nel 295 a.C., i romani – alleati dei Piceni – annientarono le truppe dei confederati italici – Umbri, Etruschi e Sanniti – congiunte a quelle dei Galli Senoni, che, dai tempi di Brenno, minacciavano l’Urbe. Il luogo d’interesse è l’abbazia di Santa Croce, una delle più importanti testimonianze di architettura romanica delle Marche
Andiamo a vedere un po’ più da vicino questo monumento, tenendo ben a mente la sua storia unica, e, nel panorama non solo marchigiano ma nazionale, il perché della sua notorietà.

L’abbazia di santa Croce

Dentro l'Abbazia di Santa Croce
Dentro l’Abbazia di Santa Croce

Ci troviamo in posizione soprelevata, come detto, nei pressi di Sentinum, lungo il tracciato di quella che, anticamente, fu la strada proto flaminia, via di comunicazione militare già attiva prima della costruzione della celebre via Flaminia nel 220 a.C. Per parlare di santa Croce – una perla del romanico marchigiano, che sorge su un tempio anticamente dedicato al dio Mitra –, dobbiamo fare un bel santo temporale, giungendo, invero, all’anno 1000, allorquando, per impulso della riforma operata da san Romualdo, si formarono tutta una serie di importanti monasteri ancora tutt’oggi esistenti: per citarne alcuni, Fonte Avellana, Sitria, Sant’Emiliano in Congiuntoli; santa Croce, abbazia di stampo templare, fu colpita dal mandato d’inquisizione del 1310 – il processo ai templari si ebbe dall’ottobre del 1307 al maggio del 1312, includendo episodi quali il rogo di 54 cavalieri e l’avvio delle inquisizioni locali nel territorio italiano –, e, nel 1333, dopo una lunga chiusura, venne infine assegnata agli Ospitalieri di San Giovanni, ordine monastico-cavalleresco nato a Gerusalemme durante la prima Crociata, i quali la trasformarono in ospedale per i pellegrini. L’esterno della chiesa, che accomuna santa Croce a altre tre abbazie della Marche – San Vittore alle chiuse, San Claudio al Chienti, Santa Maria delle Moie – si contraddistingue per una pianta a croce greca – tipica struttura bizantina diffusa dalla Grecia ai Balcani –, e dunque inscritta da un nucleo quadrangolare in cui troviamo quattro pilastri che suddividono lo spazio interno in nove campate; restando ancora all’esterno, prodromico dei misteri che si celano al suo interno, a rubare l’attenzione è il portare d’ingresso, caratterizzato da tre archi a tutto sesto concentrici, e, nella lunetta – inscritta fra due aquile –, da un affresco della Vergine che stringe a sé il bambino, opera, forse, attribuibile a Giovanni Antonio da Pesaro
Tuttavia, è entrando che si capisce il perché del nome: abbazia dei misteri; lo spazio si alterna fra il simbolismo cristiano e pagano, che trova validi esempi nella sirena bicaudata, in simbologie templari, nonché nel richiamo al dio Mitra, segnatamente nella parte superiore, dove troviamo due capitelli raffiguranti il sole e la luna sottoforma di volti umani – da cui, forse, il richiamo ai due sacerdoti mitraici, cautes e cautopates –. Non mancano, inoltre, riferimenti storici importanti; un capitello, in particolare, che si trova nella navata centrale, raffigurerebbe Carlo Martello – il nonno di Carlo Magno –, il che farebbe pensare alla possibilità che un importante esponente della dinastia merovingia sia sepolto sotto l’abbazia
È nell’altare, però, che si condensa la parte più misteriosa e, potremmo dire, anche spaventosa di questo monumento: ci riferiamo, in particolare, alla pala d’altare sita dinanzi all’abside; certo, a guardarla con la luce accesa non ci sarebbe nulla di strano: l’opera, infatti, datata 1524 e firmata Pietro Paolo Agabiti, rappresenta San Benedetto da Norcia con la regola in mano, e, al suo fianco, i santi Mauro, Placido e Pier Damiani. Sotto il grande mantello di San Benedetto, si inginocchiano a loro volta sei monaci benedettini, fra cui il committente dell’opera, il Beato Alberto e il Beato Gherardo. È solo spegnendo la luce che la visione della pala d’altare, grazie a un gioco di ombre, cambia vertiginosamente; a guardare attentamente, infatti, si ha la raffigurazione del volto della sindone, che, a sua volta, visto capovolto, rappresenterebbe l’immagine del diavolo. Un dato piuttosto suggestivo, certo, ma lontano da ogni immaginazione, poiché questo trova riscontro e unanimità all’occhio di qualsiasi visitatore.

Il centro energetico delle Marche

Abbazia di Santa Croce nelle Marche
Abbazia di Santa Croce nelle Marche

Non è un caso che santa Croce del Sentinum sia collocata in un luogo soprelevato; nel suo caso, infatti, sia la posizione posta a una certa altitudine, che la particolare conformazione sotterranea – riferibile, nello specifico, alla presenza di una fonte d’acqua e a particolari minerali – contribuiscono a farne un centro energetico di grande rilevanza.
È il dato energetico, invero, la principale attrazione di santa Croce; in specifici punti dell’abbazia, infatti – in particolare, in 7 punti, numero altamente simbolico che, nel culto mitraico, indicava i 7 gradi di iniziazione – la combinazione di rocce e minerali con i flussi idrici sotterranei del torrente Marena – affluente del Sentino – genererebbero anomali energetiche locali, percepibili dai turisti che, sovente e appositamente, qui si riuniscono per ritrovare equilibrio e benessere fisico, ricavandone dei veri e proprio benefici per la salute. L’acqua, infatti – quale circostanza ricorrente sia nel cristianesimo che nel paganesimo – possiederebbe un potere taumaturgico e un’energia vitale, immagazzinata durante il suo tragitto sulla superficie terrestre.

Ma c’è di più; il quadro energetico, riconducibile alla presenza idrica, sarebbe corroborato altresì da quello tellurico, sempre riferibile all’acqua, possedendo, invero, santa Croce, un’energia tellurica di 24.48 cpm al suo interno e di 15,26 all’esterno, il che contribuirebbe a fare di questo luogo un centro contraddistinto da una vivacità energetica sia terrestre che idrica, avvalorato non solo dalle percezioni dei visitatori, ma altresì da evidenze scientifiche ; un dato, quest’ultimo, che trova riscontro anche nelle altre 3 abbazie marchigiane contraddistinte dalla croce greca di cui abbiamo fatto menzione in precedenza – san Vittore alle Chiuse, san Claudio al Chienti, santa Maria delle Moie –.

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