Fumone: dal castello della “Prigionia papale” alle antiche trattorie, quest’angolo del Basso Lazio è una macchina del tempo a cielo aperto

Un castello-prigione, il magnifico lago di Canterno e la specialità delle "sagne pelose"

La “torre di vedetta” del centro Italia, da dove, fino a non troppo tempo fa, per avvisare di un imminente attacco nemico, partivano delle vere e proprie “fumate”. Situato fra le creste dei monti Ernici e dei monti Lepini, il borgo di Fumone sorge nel cuore della Ciociaria, e gode di una visuale che spazia su gran parte della Valle del Sacco.

Dalla prigione dei papi ai segnali di fumo, emessi dalla vetta del Castello Longhi, passando per le “sagne pelose”, il piatto iconico del territorio, e i giardini pensili, molte sono le attrattive che offre questo piccolo borgo arroccato a quasi 800 metri d’altitudine.

Il borgo dei segnali di Fumo

Nomen omen, “il nome è un presagio”, avrebbero detto i Romani, o, per farla più semplice, “il nome è tutto un programma”.

E questo è proprio il caso di Fumone, per il quale, se si è curiosi di sapere l’origine del nome, non è necessario cercare troppo lontano; e, anzi, c’è di più, perché il nome corrisponde direttamente alla principale funzione che, un tempo, ricopriva il borgo.

Fumone deve il suo nome proprio ai segnali di fumo, in virtù del fatto che, in situazioni di pericolo, questi venivano emessi dalla vetta del Castello Longhi a mo’ di allarme, per intenderci, la stessa funzione che oggi ricopre una sirena.

D’altronde, anche il detto popolare la dice lunga: “Cum fumo fumat, tota Campania tremat”, cioè, “Quando Fumone fuma, tutta la Campagna trema”!

E, sia chiaro, Campagna non è una storpiatura dell’omonima regione, bensì un riferimento a Campagna e Marittima, vera e propria provincia dello Stato Pontificio, compresa grossomodo fra Roma, Terracina e la Valle del Liri.

La funzione di vedetta, però, almeno nel caso del borgo in questione, non è una novità tutta medievale; già dai tempi dell’Antica Roma, infatti, a fronte della sua peculiare e suggestiva posizione, fra i Monti Lepini e i Monti Ernici, questa roccaforte naturale aveva attirato l’attenzione dei vari dominatori di turno.

Nel Medioevo, poi, quando la situazione geopolitica cambia e si fa più critica, e i castelli e le fortificazioni diventano i protagonisti del panorama italiano, Fumone entra a pieno titolo nell’orbita dello Stato Pontificio: dalle incursioni piratesche dei Saraceni alle scorrerie normanne che risalivano dai territori meridionali, tutto, dalla cima del Castello Longhi, era più facilmente visibile e, pertanto, gestibile.

Celestino V: la prigione dei papi

Celestino V, al secolo Pietro da Morrone – “colui che”, come ricorda Dante nel III canto dell’Inferno, “per viltade fece ‘l gran rifiuto” – non fu di certo il primo papa a rinunciare al pontificato, anzi, fu “solo” il settimo di una lunga serie.

Quello che è certo, è che non se la passò affatto bene; rinchiuso per ordine di Bonifacio VIII, il papa del primo Giubileo, e lo stesso che, qualche anno dopo, avrebbe ricevuto un sonoro schiaffo da un esponente della famiglia Colonna, il povero e vecchio Pietro, oramai stremato, si spense alla veneranda età di 87 anni nel buio della Fortezza, si vocifera, dopo aver celebrato la sua ultima messa.

Prima di lui, più di un secolo prima, per l’esattezza, nel 1121, la stessa sorte era toccata all’Antipapa Gregorio VIII, al quale, in realtà, andò peggio che a Celestino; quello Longhi, infatti, fu solo uno dei tanti edifici in cui Gregorio venne incarcerato, dato che, da Roma in giù, passò attraverso diversi prigioni di diversi castelli e monasteri, per poi finire i suoi giorni a Cava de’ Tirreni.

Il lago di Canterno

Dalla vetta del Castello, oltre ad avere una visuale su tutta la valle del Sacco, si scorgono i bordi del lago di Canterno, che, oltre a bagnare il territorio di Fumone, tocca anche i comuni di Ferentino, Fiuggi, Trivigliano e Torre Cajetani. La Riserva naturale del Lago di Canterno, un’oasi, o, se preferite, uno scrigno a misura d’uomo, presenta una certa varietà di microambienti naturali, dei veri e propri ecosistemi, ciascuno dei quali legato, dunque, a una determinata flora e fauna.

Le sagne pelose

Niente uova e farina semi integrale, per un piatto popolare, gustoso e verace. Le sagne “pelose”, che devono il loro aggettivo alla ruvidezza conferita alla pietanza dal particolare tipo di farina, si servono in momenti speciali e celebrativi, in particolare, alla domenica, o il 20 gennaio, giorno di san Sebastiano martire.

Il condimento segue l’andamento della tradizione: “sagne e fagioli”.

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