La calamita cosmica, ma non è magnetica: nella vita lenta di Foligno c’è spazio per una attrazione unica al mondo

Uno scheletro lungo 20 metri sdraiato in una chiesa sconsacrata: l'arte moderna si mescola con l'antico in questa città dell'Umbria

A Foligno, nonostante i quasi 60.000 abitanti, la vita ancora scorre lenta; la città vecchia e la città nuova si intersecano, si incontrano e poi si lasciano andare, fra le piazze, i parchi e i tanti vicoli.

I primati, poi, non mancano affatto: uno scheletro umano, lungo più di 20 metri, che funge da calamita; la prima edizione stampa de la Divina Commedia; un parco con dei divanetti in pietra.

E poi il cibo e il vino: il sagrantino, l’eccellenza della zona, da bere da solo o da gustare come condimento per gli gnocchi; la rocciata, che sembra uno strudel ma non lo è; il piccione ripieno.

La calamita cosmica

A Foligno si trova la calamita più particolare del mondo. Uno scheletro umano gigantesco, lungo ben 24 metri e con una struttura anatomica perfetta, se non fosse per il naso, che ricorda il becco di un uccello.

La scelta dell’architetto, Gino De Dominicis, è molto simbolica: ricordare, attraverso la rappresentazione dell’uomo-uccello, il legame fra terra e cielo, e, dunque, fra umano e divino.

Il particolare a cui devi prestare attenzione, però, è l’asta dorata: sta qui, infatti, il significato della calamita cosmica.

Tramite questa, l’intero cosmo viene attratto dallo scheletro umano.

L’intento dell’autore rimane ancora misterioso: tuttavia, quello che possiamo ipotizzare è il legame fra la vita e la morte; guardando l’opera, infatti, ci si sente davvero piccoli e fragili.

Parco dei Canapè

Se sei in cerca di un parco in cui rilassarti e trarre ispirazione, non puoi perderti il Parco dei Canapè.

Inaugurato nel 1778, il parco presenta una particolarità: 80 divanetti in pietra, i canapè, appunto, che sostituiscono le classiche panchine.

Lungo i secoli, il parco fu meta di importanti personaggi, e, per questo, al suo interno vennero spesso organizzate feste e tornei, fra cui le gare di ciclismo; ben presto, il ciclismo sarebbe diventato uno dei simboli principali della città.

Oltre ad avere il velodromo storico, lungo ben 555 metri, Foligno può anche fregiarsi del titolo di città della bicicletta.

Museo della stampa: prima edizione della Divina Commedia

Dante è il padre della lingua italiana, e la sua opera, la Divina Commedia, è ancora oggi uno dei testi più amati e studiati al mondo.

Dante era fiorentino, ma è al Museo della Stampa di Foligno che si può ammirare la prima edizione mai stampata della Divina Commedia!

Palazzo Trinci con affreschi di Gentile da Fabriano

Situato al centro di Foligno, Palazzo Trinci è uno degli edifici più importanti dell’Italia centrale.

Gli affreschi, eseguiti dal pittore Gentile da Fabriano, rappresentano per il visitatore una vera e propria guida alla cultura e alla vita del 1400. 

Attenzione però, non solo affreschi.

Per gli appassionati, il Palazzo ospita il Museo multimediale dei tornei, delle giostre e dei giochi.

Cascate del Menotre

Un’oasi naturale situata a pochi chilometri dal centro storico di Foligno.

Le Cascate del Menotre danno vita a grotte, sentieri e, soprattutto, a suggestive illusioni ottiche.

Fra tutte, il “velo della sposa”, una cascata che, per come scorre nella pietra, ricorda il profilo di una sposa portata all’altare.

Cosa mangiare a Foligno: gli gnocchi al sagrantino e la Rocciata

Il Sagrantino di Montefalco è l’eccellenza della zona: un vino corposo, intenso, dal gusto profondo e complesso. Perfetto da solo, come vino da meditazione, trasformato in salsa dà vita a uno dei piatti simbolo dell’Umbria: gli gnocchi al sagrantino. È un piatto generoso, morbido, avvolgente, che punta dritto al cuore della tradizione umbra e italiana.

Arriviamo così al momento del dessert con la Rocciata, che potrebbe sembrare uno strudel ma non lo è. Piuttosto è, per eccellenza, il dolce più rappresentativo di Foligno: un ripieno di mele, cacao, frutta secca e cannella, il tutto completato da una generosa spennellata di alchermes.

Visto l’alto contenuto calorico, il dolce è difficilmente reperibile nel periodo estivo. Riguardo le sue origini, queste sembrano perdersi nella notte dei tempi; forse era già consumato ai tempi degli Umbri, popolo dell’Italia preromana.

Secondo altre versioni, invece, che lo assimilano allo strudel, fu portato in queste zone dai Longobardi, o dai soldati austriaci nel XVIII secolo.

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